Maria è un’adolescente timida ma decisa. Sa cosa dire alla c.t.u. “Mio padre iniziava a prendermi in giro, voleva portarmi a Milano, via dalla mamma. Allora ho smesso di vederlo.
Non mi piace come persona, non mi viene neanche più in mente che ho un papà. Mi insulta, dice che mi vesto male, che non sono abbastanza femminile. Non ha mai vissuto con me, non sa niente di me”.
Il padre, da sempre separato dal nucleo formato dalla madre e dai nonni materni, chiede oggi una regolamentazione dei rapporti: vorrebbe vedere Maria una o due volte al mese. Ma lei apparentemente non ne vuole proprio sapere. La c.t.u. è esperta, la Dott.ssa D, i colloqui sono condotti magistralmente, il collegio peritale è in accordo, nel rispetto delle posizioni differenti e degli obblighi verso i propri clienti: l’attenzione è sullo stato psicologico di Maria.
Siamo tutti certi di avere di fronte quello che alcuni definirebbero “alienazione”. Maria non lascia apparentemente spiragli, ma il suo disagio, esplicito ed evidente, esige un intervento. Davanti al giudice ha parlato di suicidio, e i segni sulle braccia dimostrano l’abitudine del “cutting”, i “tagli” che alcuni adolescenti si infliggono.

Gigi ha conosciuto Lucrezia quando lui aveva poco più di trent’anni, un passato da nazionale di nuoto e un presente da allenatore e personal trainer: fisico scolpito e qualche sogno da archiviare. Lei aveva 27 anni, faceva l’estetista ed è figlia di allevatori di cavalli da corsa nel Pavese, gente pragmatica, con valori saldi e tradizionali. Si conoscono in discoteca, si innamorano subito con entusiasmo e poche domande.
Quando lei rimane incinta, dopo pochi mesi, e in quella fase in cui la convivenza non è neppure ancora un patto esplicito, tra i due inizia a prodursi una narrazione interna del tutto differente.
Gigi immagina sia venuto il momento di costruire una famiglia. Lucrezia anche, a suo modo, ma non certo con quell’uomo che sente così incerto, provvisorio. Immagina che la sua bambina nascerà tra le affidabili braccia dei suoi propri genitori, e che con lei e insieme a loro, colonne portanti della famiglia, lì si che la piccola Maria vivrà una vita serena e felice.
Così quando nasce Lucrezia accampa scuse perché Gigi non sia presente al momento del riconoscimento. Su questo mito fondativo, su questo rifiuto originario di riconoscere Gigi come papà di Maria, per la prima volta, Lucrezia e Gigi scoprono tutta la diversità delle loro prospettive, e si separano definitivamente. Tutta la loro storia è durata poco più di un anno. Ci vorrà il Tribunale per consentire a Gigi il riconoscimento giudiziale di Maria. Ma non andrà oltre. Da qui in poi e per tutta la vita di Maria questo clichè si ripeterà più e più volte con omeopatiche concessioni da parte della madre nei confronti del padre e una bambina che di fatto vive in un contesto in cui i nonni sono come genitori.
Il padre reagisce troppo timidamente a questa situazione con azioni blande e lontane nel tempo. Riesce a ottenere alcune valutazioni dei servizi sociali che, invariabilmente constatano la presenza di forti anomalie e di un ingravescente stato psichico da parte della bambina. Il papà tuttavia non vede mai Maria in maniera regolare, secondo quello che sarebbe un proprio diritto.
La c.t.u. viene richiesta dal Tribunale quando lei ha ormai 15 anni e constata lo stato psichico precario di Maria. La sua strategia psichica di Maria è quella di sostituire una realtà a un’altra, e in quella che le sembra risolutiva il padre dovrebbe essere un nemico. Così anche io come c.t.p. da parte paterna verrò percepito come ricettacolo di curiose proiezioni; Maria si convince che io le abbia detto che è pazza e lesbica. Un collegio peritale esperto si trova tuttavia compatto e allineato in una percezione uniforme della situazione. In questo caso il nemico non è la controparte: è il tempo.
Un tempo per riequilibrare il diritto di entrambi i genitori ma che possa salvare Maria da una realtà che si deforma per adattarsi al ricatto affettivo implicito nel conflitto tra madre e padre di cui lei è soprattutto un ostaggio.

Strategia e conclusione

Grazie alla certezza raggiunta in una comune valutazione clinica e all’esigenza di muoverci congiuntamente nell’interesse prioritario della minore si è alla fine riusciti a contrastare la posizione oppositiva di Maria.
In questo caso il lavoro dei c.t.p. si è svolto in sinergia con la c.t.u.
La c.t.u. ha concluso per un affidamento condiviso e richiesto incontri regolari tra padre e figlia. Maria, come avesse dimenticato la sua pervicace opposizione, ha ripreso gli incontri con il padre, e dopo poco ha iniziato a cercarlo spontaneamente in una vivace e costante conversazione attraverso la rete web. Questo risultato non sarebbe stato possibile se la c.t.u. non avesse avuto le competenze fuori dall’ordinario della Dottoressa D., e neppure se la c.t.p. di controparte e io ci fossimo trincerati in una difesa “tecnica” delle rispettive parti senza mettere sempre in primo piano Maria e la soluzione del suo disagio.
Per chi volesse approfondire qui di seguito riporto parte delle note prodotte in chiusura di percorso, in questo caso e per via di quanto sopra particolarmente sintetiche. Leggi le note (pdf)