Quel giorno del 2014 Fabio e Luca, otto e dieci anni non sono tornati da scuola. I Servizi Sociali li hanno prelevati in classe e portati a casa del papà. Torna invece a casa della madre Maya, adottata dalla famiglia Bianchi, di sedici anni e Lucia, di diciotto.
Pochi giorni prima il padre, dopo una violenta colluttazione notturna con la moglie, aveva lasciato definitivamente la casa familiare. La mattina dopo si è però recato presso i Servizi Sociali di zona raccontando che la moglie usava violenza ai bambini, somministrava farmaci non prescritti e pericolosi ai figli e chiedendo l’immediato collocamento dei bambini da lui. Uomo elegante e all’apparenza adeguato, non gli è stato difficile far credere ai servizi la “sua” verità; purtroppo talora i segni chiari della violenza rendono meno credibili le vittime dei propri carnefici. I servizi inviano una relazione urgente al Tribunale. Nel frattempo l’avvocato della signora chiede e ottiene un provvedimento restrittivo: il padre non può avvicinarsi alla casa dove vivono l’ex moglie con le figlie.

La situazione è difficile. La signora Dora ha depositato due diverse denunce penali dettagliate e circostanziate verso il marito, che descrive come violento. I servizi hanno però chiesto di allontanare i figli dalla madre.
Immediatamente il Tribunale Minorenni di Mantova chiede una c.t.u. che viene affidata alla Dottoressa Cozzoli, un’esperta neuropsichiatra della zona.
Io rappresento la madre come c.t.p. Nonostante tutti i figli chiedano di essere collocati da lei e nonostante emergano ampie e convergenti evidenze di una situazione di violenza familiare costantemente messa in atto dal padre sotto forma di schiaffi, cinghiate, tentativi di soffocamento, vari atti di violenza con conseguenze visibili e perfino qualche allusione a possibili molestie nei confronti di una delle figlie, la c.t.u. appare incline a considerare tutta la parte relativa alla violenza paterna, in parte ammessa dallo stesso padre, come un fatto poco rilevante. I dati clinici sono sistematicamente travisati, fino a fare a tratti pensare a una forma di collusione della c.t.u. La madre a causa di una sindrome post traumatica ha sviluppato una difesa proiettiva che la rende indisponente e talora ingenuamente manipolativa.

Strategia

Decido di contestare apertamente la c.t.u., che scotomizza sistematicamente le mie considerazioni e osservazioni, e di fare diretto appello al Giudice. Chiedo anche prima del termine della c.t.u. al magistrato di valutare un diverso collocamento dei figli maschi per loro sicurezza in attesa di opportune verifiche. In c.t.p. contesto i test e le conclusioni cliniche. Sostengo la natura parziale, ovvero la perdita della posizione di terzietà della c.t.u., mostrando punto per punto l’esposizione parziale dei fatti.
Infine rilevo che le azioni violente da parte del Sig. Bianchi che erano state da più parti e da lui stesso riferite, spariscono del tutto in ambito di c.t.u., che non le descrive neppure come possibili ma come effetto di una “sintonizzazione delle figlie con la madre”.
Noto che è emersa la scarsa capacità del Sig. Bianchi di tollerare la frustrazione, l’aggressività e i sentimenti complessi e chiedo alla c.t.u. di esprimersi con chiarezza sull’assenza di pregiudizio per i minori collocati dal padre e sull’assenza di pericolosità sociale, assumendosi la piena responsabilità di quanto di fatto la c.t.u. afferma senza tuttavia mai esplicitarlo appieno.

In conclusione

Il Tribunale per i Minorenni sospende il giudizio sulla c.t.u. a causa delle note di parte. Si avvia il procedimento penale che condanna il Sig. Bianchi in primo grado a un anno e otto mesi.
Il T.M. affida e colloca i figli prevalentemente presso la madre; il padre incontra i figli in contesto protetto.
Vedi la relazione di c.t.p. (pdf)